Dark Matter


Non è mai stata una questione di tempo. Dark Matter (Australia, 2014, 20'), l'ultima fatica dell'australiano Karel Doing, si compie così, affermando l'assoluta scindibilità del cinema dal tempo, perché non è mai stato una questione di tempo, il cinema. Certo, si origina da esso e in esso, e non è che se ne astragga ma è come se, piuttosto, lo estraesse da sé in ultima istanza e, in tal modo, si facesse rispetto a esso una sublimazione se non addirittura una negazione. Questo in generale. Specificamente, Dark Matter si orienta da un passato la cui assenza è fortemente e materialmente presente: è il passato istantaneo, più immobile che immobilizzato, della fotografia, ma al di là della fotografia e sulla sua superficie il tempo fa il suo lavoro e la fotografia è come se non rimanesse se non in quanto divenire essa stessa. Ovviamente, la fotografia fissa un momento, ma l'analogico è comunque dentro il tempo, e la fotografia in sé, quella sviluppata, percorre comunque e necessariamente un declino che, inevitabilmente, la inebria e la corrompe; tuttavia, questa corruzione non è esteticamente e moralmente asettica: semplicemente, accade - ed ecco allora che lo sforzo di Karel Doing non è tanto quello di rinvenire dalla fotografia il volto dissipato dal tempo, e cioè il fotografato, la carpire la fotografia nel suo processo, nel divenire in cui è presa. In questo senso, l'operazione di Karel Doing è un di più rispetto alla fotografia in sé: è per questo che è cinema. Cinematograficamente, Karel Doing fa della fotografia una materia che orienta il processo, e l'immagine cinematografica è un atto (Sartre*), dunque un processo (Deleuze**), ed è dunque che dev'essere carpito, colto, immaginato, perché non si dà immagine cinematografica al di là di esso. Così, non diremo che Dark Matter sia un film fotografico quanto, piuttosto, che è orientato fotograficamente, il che significa che il tempo lo precede davvero; infatti, se la fotografia è già ciò che, derivando dal tempo, estrae una porzione di tempo (situazione) per slegarla dal suo continuum, il cinema, almeno quello di Doing, concepisce la fotografia nella sfera del divenire in cui è presa la fotografia piuttosto che il fotografato, e da questo divenire, derivando dalla fotografia piuttosto che dal tempo, deriva tutt'altra cosa che il tempo: si apre lo spazio. Il cinema è una questione di spazio, in quanto spazialmente originario. Un film è un'ambiente non appena ha uno spettatore che rifrange la propria vista su di esso: un film è un prisma di rifrazione, e la rifrazione è immediatamente spaziale, poiché, appunto, spazia, fa circolare. Dalla fotografia al processo, dunque. E questo processo è spaziale. Dark Matter termina con alcune, destabilizzanti sequenze di spazi aperti, temporalmente determinati, certo, ma più che altro abitabili - e abitabili in quanto la loro determinazione temporale è ciò che sta prima del loro divenire-cinema. Cinematograficamente, essi non sono altro che superfici sulle quali lo sguardo si rifrange e circola, ed è questa l'affermazione ultima che compie Dark Matter, la possibilità cioè di uno spazio abitabile, perché, certo, chiunque muore, muore il padre come «i preti rinsecchiti e vecchi»***, ma questo è ciò che accade qui, nel flusso temporale che attuiamo esistendo; cinematograficamente, invece, non è che non si dia il tempo, è che semplicemente questo tempo è impossibile da attuare - e dunque è spazio, spazio virtuale e possibile la cui abitabilità è continuamente differita, rimandata, e noi, in esso, ci ritroviamo ognuno al posto dell'altro, con l'Altro.


* L'immaginario.
** L'esausto.
*** C.S.I., Fuochi nella notte di S. Giovanni.

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